Intervista a Samuele Cafasso

Il libro di Samuele Cafasso, Figli dell’arcobaleno, riporta dati di realtà, contesti sociali e storie quotidiane di difficoltà e di amore, allontanandosi da una definizione ideologica di ciò che è corretto/etico/giusto o sbagliato/non etico, e permette di attivare il pensiero su ciò che già esiste, la varietà delle famiglie.

Cafasso illustra chiaramente il dibattito politico relativo al riconoscimento della coppia omoaffettiva, alla possibilità di genitorialità dei suoi componenti e ai diritti mancati per quei bambini che già crescono in una coppia omoaffettiva. La prima parte del libro illustra la dinamicità della definizione di famiglia e le misure, poche, a tutela delle nuove famiglie, per poi fare un confronto con gli altri paesi europei.
La seconda parte è definita dall’autore un “piccolo viaggio in giro per l’Italia” durante il quale ha incontrato coppie che hanno raccontato cosa vuol dire spiegare ai propri genitori di essere omosessuali e allo stesso tempo annunciare loro che diventeranno nonni. Dei lunghi iter per poter diventare genitori e delle difficoltà di riconoscimento dei diritti dei figli di fronte a un ordinamento giuridico che non fornisce tutela. Infine, la terza parte si focalizza sull’impegno che una comunità dovrebbe assumersi per il rispetto dell’altro, qualunque esso sia, ricordando la prima casa editrice italiana (Lo Stampatello) che ha raccontato ai bambini che le famiglie non sono tutte uguali e offrendo una panoramica “delle prove generali dell’Italia” per il riconoscimento delle famiglie gay, descritto come un processo inarrestabile al pari del divorzio, dell’aborto, dell’uguaglianza tra i bianchi e i neri.

Samuele, leggendo il tuo libro Figli dell’Arcobaleno il sintagma che mi viene in mente è “diritto alla conoscenza”. Sul tema dell’omogenitorialità ci sono molte ideologie e posizioni, ma poca conoscenza reale. Tu ci offri questa grande opportunità di conoscenza.

Da quando ho iniziato a pensare il libro a oggi sono passati esattamente due anni. In questi 24 mesi credo siano cambiate moltissime cose. In particolare, numerosi media, giornali, Tv, web, hanno iniziato a dare voce sempre più regolarmente alle famiglie arcobaleno, raccontandone la vita quotidiana, i problemi che affrontano soprattutto a causa di leggi inadeguate. Leggo sempre più spesso racconti, articoli giornalistici, servizi fotografici, televisivi e altro ancora che fanno con altri mezzi e modalità quello che ho fatto io. Eppure è incredibile quanto ancora il dibattito politico sia fermo a questioni di principio totalmente avulse dalla realtà. Si dice “non accettiamo che un bambino cresca senza un padre e una madre”, senza accorgersi che centinaia di minori sono già in questa situazione e non solo a causa della omogenitorialità. Figli di single, adozioni, famiglie ricomposte… Una società democratica è tale perché conosce prima di deliberare. Eppure la visibilità che le famiglie arcobaleno stanno acquistando passo dopo passo, i mille articoli che ci dicono come sia cambiata la società italiana, sembrano non raggiungere una buona fetta dell’opinione pubblica che, pervicacemente, esprime giudizi sulla base di preconcetti sempre più avulsi dalla realtà. Questo è francamente inquietante.

Mi ha colpito molto quando parli della dinamicità della famiglia e chiarisci la distinzione tra genitorialità e istinto a procreare: “Si è genitori perché si è scelto di accudire un bambino, di crescerlo e vederlo andare nel mondo; perché hai l’istinto a farlo, indipendentemente dal tuo orientamento sessuale, e questo è un desiderio che non coincide con quello della procreazione”. Hai riscontrato questo pensiero nella maggior parte delle famiglie Arcobaleno che hai conosciuto?

Sì, almeno in quelle che ho conosciuto io e che sono famiglie risolte, i cui componenti hanno piena consapevolezza del loro ruolo e dei loro diritti, che hanno un rapporto pacifico con il loro orientamento sessuale. Ma posso immaginare che per altri genitori il continuo bombardamento da parte di alcuni media e della Chiesa cattolica sul tema dei legami di sangue, sulla presupposta naturalità della famiglia, rischia di avere gravi contraccolpi. Quello che più mi preoccupa è questo: c’è una involuzione davvero incredibile della società italiana che, per effetto delle adozioni, delle esperienze acquisite di pluralità dei nuclei famigliari, dovrebbe avere imparato da anni che i legami di sangue non sono la radice vera della vita famigliare. E invece tutto viene rimesso in discussione per effetto di una campagna ideologica che mira a cancellare i diritti dei genitori omosessuali e dei loro figli. C’è un bel libro in questi mesi nelle librerie, si intitola “Gli anni”, di Annie Ernaux, edito da L’Ombra, che dice: “Ascoltando quei bambini diventati adulti, ci domandavamo cosa fosse a legarci, non il sangue né i geni, solo un presente fatto di migliaia di giorni insieme, di parole e di gesti, di pasti, di tragitti in auto, di esperienze condivise che avevano lasciato dentro di noi una traccia senza che nemmeno ce ne rendessimo conto”. Quando, esattamente, noi italiani abbiamo dimenticato tutto questo?

Se ti chiedessi l’immagine che più ti è rimasta in mente delle Famiglie Arcobaleno che hai conosciuto, quale mi racconteresti?

Le prime volte sono quelle che ti rimangono più impresse. E allora per me entrare in casa di Michele ed Esteban, vederli occuparsi alla pari e con totale naturalezza dei loro due gemelli, credo rimarrà per sempre nella mia mente il momento in cui ho capito che gli omosessuali non solo possono avere figli e sono capaci di crescerli nel migliore dei modi, ma anche che l’Italia si sta incamminando verso una direzione che ha dell’ineluttabile, la direzione della piena accettazione sociale di queste famiglie. I tempi sono cruciali, certo, ma il finale è già scritto. Quella sera, per inciso, ho mangiato zuppa di lenticchie e torta salata di spinaci. Non mi ricordo cosa ho mangiato ieri, ma quella cena credo me la ricorderò per sempre.

In che modo Samuele racconteresti a un bambino la ricchezza della complessità delle tipologie di famiglia?

Non credo che sia una cosa che vada raccontata, credo sia una cosa che vada mostrata. Un bambino vede un amico con un padre e una madre, gli si dice che quella è la sua famiglia e lui pensa “ok, una famiglia è fatta da una mamma e un papà”. Ma poi vede un compagno che cresce, magari, con i nonni ed è capacissimo da sé di allargare il suo concetto di famiglia e dire: “ok, una famiglia è fatta da una mamma o un papà, o da un nonno e una nonna”. E poi incontrerà un bambino cresciuto solo dalla mamma, o solo dal papà, o da due papà o da due mamme. Conoscerà famiglie senza figli. E davvero pensiamo che un bambino non possa capire da sé che ci sono molti modi di essere famiglia? Le famiglie sono quei posti dove le persone si vogliono bene e vivono assieme. Ognuna di queste è infelice a modo suo? Può essere, ma questo hanno tutta la vita davanti a sé per impararlo.

Famiglie omosessuali e Chiesa, non ne parli in maniera dettagliata, ma la storia delle “Mamme Rai” ne fa un breve ma significativo cenno rispetto al battesimo dei loro gemelli: “Serena però era lì a fianco di Paola e, a un certo punto, il prete di Monteverde chiede: “La tua amica ti aiuta con i bambini vero? Ti sta vicina?”. A una domanda così, chiunque può dare il significato che vuole. Il giorno del battesimo, però, in chiesa ci sono due coppie di nonni sulle prime file e anche se ufficialmente non è così e nessuno lo dice, è un po’ difficile equivocare, vedendole una accanto all’altra. E poi c’è Paola che battezza i due gemelli. Teoricamente lei da sola perché il padre, come aveva detto al prete, non c’era, questo era vero. Accanto però, a pochi centimetri, c’è anche Serena. “La tua amica ti sta vicino, vero?”, aveva chiesto ancora una volta il prete, appena prima della cerimonia. Ed è andata così: Serena, la seconda mamma che non si poteva dire tale, era lì accanto, mentre i due bambini venivano battezzati, ad “aiutare” la mamma Paola, solo come “amica” però. E chissà se il prete aveva capito o meno cosa stava succedendo, se ha chiuso un occhio, se ha preferito non vedere” (p. 31). Ho letto questo passo come un tentativo di apertura, tu che cosa ne pensi?

Penso che ci siano preti e politici e persone più in generale che vivono nei palazzi e possono far finta che il mondo non esista. E ci sono preti e politici e persone più in generale che vivono nel mondo e per il mondo e che nel mondo e per il mondo decidono cosa è giusto, cosa si può fare e cosa no, cosa è giusto e cosa è male. Ecco, io vorrei sempre far parte della seconda categoria.

Infine, ci sono progetti in cantiere sul tema ai quali stai lavorando?

Non dettagliati. Mi guardo attorno, però, cerco pezzi di mondo che magari sono poco raccontati e che meriterebbero di esserlo maggiormente. Quando troverò uno di questi pezzetti, forse mi metterò a scrivere un nuovo libro.

Prima di augurarvi una buona lettura, voglio lasciarvi uno dei passi che più mi hanno emozionato e mi hanno restituito uno spaccato reale del vero stato dell’arte in tema di diritti sulla famiglia:

(…) Paola mi racconta di quella volta in cui ha avuto la disavventura di dover compilare un modulo dell’Inps per una questione di assegni familiari. “C’era la casella della donna sposata, quella per la donna abbandonata dal marito, la vedova. Coppia lesbica, ovviamente, non era contemplato, ma nemmeno mamma single. Quando ho chiesto che cosa dovevo scrivere io, tra mille reticenze e rossori mi hanno consigliato di scrivere che i bambini erano stati abbandonati dal padre. C’era da mettere anche la data dell’abbandono e allora ho chiesto che cosa dovevo scrivere, visto che abbandonati non erano: metta quando sono nati, mi hanno consigliato e francamente credo che fossero un bel po’ imbarazzati anche loro” (p. 29).

Stella Cutini

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