Andreas è un uomo di circa 40 anni. Il nome è stato scelto dalla sua ex compagna e l’aggiunta della lettera “s” ricorda il suo primo nome, Stefania.  Si, perché Andreas è un uomo transessuale che nel 2011 ha deciso di intraprendere il percorso che l’ha portato oggi ad allineare il suo corpo e la sua vita alla sua vera identità. Non poteva scegliersi un nome migliore: “Andrea” significa forza, coraggio, virilità e questi sono tutti aspetti che gli stanno bene addosso.

Ha deciso di raccontarmi la sua storia per questo blog perché ha voglia di aiutare le persone che ne hanno bisogno, conscio di quello che è stato per lui arrivare fino al punto in cui è adesso. Tutto da solo e a gran fatica. La sua storia è stata per me un tuffo di commozione.

Andreas ha sempre avuto la consapevolezza di essere un uomo nel corpo di una donna, fin dalla scuola materna quando, iniziando a scoprire la differenza tra i maschi e le femmine, era solito mettersi pongo e mollette nei pantaloni per sopperire alla sua “mancanza”. Nonostante ciò ha deciso di iniziare il percorso solo qualche anno fa, non tanto per il timore di affrontare la cosa per se stesso, quanto per la paura di dare un ulteriore problema a sua madre, già sommersa dalle difficoltà di tutti i giorni.

Racconta: “Ho creato questa falsa immagine di me con il mondo esterno. È dura mettersi questa maschera. Ho fatto l’attore praticamente tutta la prima parte della mia vita (..). La mia vita era tutta una bugia”. La difficoltà maggiore è stata quella di fingere di essere una femmina, indossare l’abbigliamento tipico a livello societario soprattutto nelle occasioni di festa e, cosa ancor peggiore,  fingere attrazione per gli uomini. Andreas è sempre stato infatti interessato alle donne.

Il prezzo di questa maschera era quello di non avere rapporti troppo intimi con gli altri: “mettevo un muro perché non metterlo significava far scoprire chi ero realmente” e ancora

“Sono sempre stato un fantasma. Io non dovevo muovermi, se parlavo potevo tradirmi, era tutto un dirmi: non esisti, se non mi vedono non esisto e non scoprono la realtà”.

La scuola è stato “un susseguirsi di traumi”. Da bambino voleva vestirsi da zorro e lo vestivano da ballerina. Da adolescente doveva spogliarsi nello spogliatoio delle femmine e ricorda il profondo imbarazzo e il sentirsi “un guardone” perché era in un posto dove sentiva di non dover essere. Non capiva questo scollamento tra quello che lui sapeva di essere e quello che gli altri si aspettavano da lui: “per ogni cosa io dovevo distinguere perché io no e i maschi sì”.

La pubertà, con l’aumento del seno e l’arrivo del menarca, è stata una tragedia. Ricorda ancora adesso il suo primo reggiseno di color lilla: “perché dovevo indossare il reggiseno?”dice quasi imprecando con enfasi.

Un susseguirsi di vergonga, imbarazzo, senso di impotenza: “c’è qualcosa in te che non va, un contrasto tra mente e corpo che non riesci a gestire. Dov’era che sbagliavo?”.

Poi finalmente il sollievo con l’inizio della sua relazione più importante con una donna, durata 15 anni. Per la prima volta si è sentito trattato in linea con la sua identità: essere un uomo. Anche qui però le difficoltà non sono mancate: per il resto della famiglia e del mondo era due coinquiline ed è stato molto difficile affrontare da solo momenti molto difficili con la compagna.

La decisione di inziare il percorso è arrivata nel momento più buio nel quale diverse vicende personali e lavorative gli hanno fatto toccare il fondo: “o mi ammazzo o rinasco. Ma rinasco come voglio io!”. Alla decisione di iniziare il percorso è seguita la decisione di parlare alla famiglia e quella che inizialmente per lui sembrava un ostacolo si è rivelato invece essere la spinta più importante. I momenti più belli del percorso sono legati infatti alla comprensione e all’amore dei familiari che gli sono stati vicini ad ogni step e tutt’ora lo appoggiano. Un’immagine? I confetti azzurri che al momento del cambio anagrafico del nome hanno colorato la festa di rinascita organizzata dalla madre. Un vero e proprio battesimo.

Le difficoltà non sono mancate: persone che lo hanno preso in giro, atti transfobici, le complicazioni dell’ultima operazione chirurgica. Ma Andreas racconta tutto con il sorriso, quel sorriso di chi a ha conosciuto il dolore profondo e sa trasmettere agli altri forza e coraggio. Proprio come il suo bellissimo nome.

Elena Cucurnia

fonte immagine: vitals.sutterhealth.org