Amore e diritto sono termini incompatibili e appartengono a logiche del tutto inconciliabili? Oppure è possibile ricercare un accordo tra due concetti che appaiono così radicalmente distanti? È ciò che si chiede Stefano Rodotà nel suo nuovo libro Diritto d’amore, uscito nel novembre 2015 nella collana i Robinson di Laterza.

Rodotà ci offre un interessante excursus nella storia delle culture e delle civiltà umane allo scopo di indagare gli infiniti modi adoperati dal diritto per incatenare l’amore, fino all’istituto del matrimonio monogamico, indissolubile, eterosessuale, sorvegliato dallo Stato, posto a guardia della procreazione, dell’educazione dei figli, della stabilità sociale, basato sull’obbedienza e sulla subordinazione della donna.

Come è possibile, però, chiudere in un perimetro tanto angusto e normativamente costrittivo un sentimento come l’amore, che risponde piuttosto all’impulso a cui soggiace la vita stessa, “un movimento ineguale, irregolare e multiforme” secondo la definizione che ne diede il filosofo Michel de Montaigne?

Più che il diritto, ci parlano dell’amore la letteratura e le arti, la riflessione filosofica, l’analisi psicologica: è a questi campi del sapere dunque che il diritto dovrebbe consapevolmente ispirarsi per tentare quella conciliazione di cui c’è sicuramente bisogno anche in campo legislativo. Perché la legge è comunque necessaria:

“Al diritto – scrive Rodotà – si chiede di garantire sia la stabilità che l’instabilità. Vi sono, infatti, situazioni nelle quali l’amore di coppia deve essere garantito contro discriminazioni, stigmatizzazioni, disgusto, e qui il compito del diritto può arrestarsi, poiché ad esso non si chiede interferenza, ma semplicemente garanzia per il libero dispiegarsi delle relazioni umane”.

Negli Stati progrediti il diritto ha cercato di adeguarsi al mutato contesto culturale degli ultimi decenni, in cui, anche grazie ai movimenti femministi e a quelli di liberazione omosessuale, si è diffusa una più profonda cultura dell’amore ispirata ai principi di dignità ed eguaglianza. Così, oggi, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea vieta ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale e legittima, in condizioni di parità, unioni diverse da quella matrimoniale. Nella società italiana, però, è ancora forte la tendenza a ribadire le discriminazioni e a negare alle persone diritti fondamentali, come l’accesso paritario per tutte le coppie al matrimonio.

Il compito del legislatore oggi, nella specifica situazione italiana, è dunque quello di accogliere le sollecitazioni che provengono da un contesto tanto mutato rispetto a qualche decennio fa, percorrendo il cammino che altri Stati hanno intrapreso: non si tratta, per la legge, di affermare per sé un ruolo paternalistico, ma di assumere una posizione di distanza e rispetto per la libertà delle persone in un campo dominato da una soggettività da declinarsi non tanto in senso narcisistico quanto piuttosto nella tensione verso un rapporto di reciprocità e di riconoscimento dell’altro.

Rodotà afferma: “Nel momento in cui esercito il mio personalissimo diritto d’amore riconfermo continuamente l’apertura verso l’altro”. L’invito è, alla fine, quello di seguire, anche nel diritto, l’incitamento del poeta W.H. Auden:

“La verità, vi prego, sull’amore”.

Un libro da leggere, dunque, quello di Rodotà, per sfuggire a semplificazioni e a stereotipi e per cogliere la profondità di un percorso che ci riguarda e a cui è importante partecipare, se vogliamo costruire una nuova cornice sociale che sappia affrontare le sfide del presente con consapevolezza e inventiva.

 

Cristiana Vettori